Con la mia mano sinistra attiravo verso di me il suo fianco. La mano destra poggiava, con le dita itnrecciate alle sue, sulla ruvida, antica pietra del parapetto del lungofiume alberato che dava sul placido scorrere del fiume denso di terra.
Fu un bacio placido, qualcosa di previsto, di conosciuto, di aspettato. Un bacio lungo ed intenso, tranquillo. Un bacio malinconico, già carico di nostalgia.
Fu un bacio con il sapor di rimpianto ben presente in bocca, fisso in quel punto della lingua dove più forte si sente l'amaro.
Lo sapevamo. Dopo quel bacio ci sarebbe stato solo silenzio. A cosa sarebbero servite le parole? Era già instillata in noi la rassegnazione.
Quel momento era il coronamento di una piccola follia, una leggera pazzia, a volte necessaria.
Occhi chiusi, ad allontanare ogni distrazione. Il pensiero invaso dal fluido fiume delle sensazioni. L'umido delle bocche, il fiato caldo che come un vento usciva dalle narici, il contrasto tra l'aspro della vecchia roccia squadrata e la sottile morbidezza di quelle dita brune dalle unghie laccate di un colore troppo strano pr avere un nome.
La città ronfava monotona e placida. Il suo brontolio si mischiava al piccolo rotolare dell'acqua.
Il vento faceva frusciare delle foglie.

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