giovedì 15 luglio 2010

Un rigurgito di coscienza?

Un guizzo alla bocca dell’accendino. Una breve fiamma, fumo e braci. La sigaretta era appesa ad una bocca contornata da guance su cui ricresceva già un filo di barba. Due occhi castanoverdi, che lanciavano intorno sguardi un poco inaciditi dall’attesa ma attenti, sempre, ai tanti piccoli dettagli, come le sode gambe dall’andamento sicuro visibili attraverso la leggera gonna grazie ad un gioco di riflessi sui vetri e sui pavimenti illuminati dal tramonto di Sao Paulo. Una tipica bellezza brasiliana, pensò l’uomo con la sigaretta, e rimase assorto ad immaginare per quale città, bordello, studio televisivo od università fosse in partenza quella donna. Con gesto distratto spense la sigaretta consumata a metà sul posacenere del gabbiotto di vetro dell’area fumatori all’interno del gigantesco aeroporto. Uscito, respirò la fredda aria dei condizionatori, spense cervello e coscienza e con un sospiro si immerse nel traffico di valigie e persone in partenza per il mondo.

Si risvegliò circa tredici ore dopo, quando, stanco del taxi su cui era salito all’aeroporto di Fiumicino, decise di tornare a respirare un po’ più liberamente e di scendere quindi al Lungotevere Sangallo per continuare a piedi fino a casa sua in Via dei Banchi Vecchi, a Campo de’ Fiori o giù di lì. Erano già le nove di mattina. Piuttosto frastornato ripensò a quando era partito la mattina presto del giorno precedente dall’aeroporto di Belo Horizonte, nel Minas Gerais. E dire che era stato più pesante e frustrante avanzare metro dopo metro imbottigliati, lui ed il tassista, nel Grande Raccordo Anulare. Neanche il viaggio transcontinentale o la lunga attesa in aeroporto. Efficiente, l’aeroporto di San Paolo, davvero efficiente, mentre a Fiumicino… lasciò a metà il pensiero mentre camminava sotto i platani del lungotevere in direzione di Castel S.Angelo. Non raggiunse l’antica fortezza papale ma passò per Via Acciaioli per giungere in Via Giulia. Nonostante la stanchezza per abitudine ricominciò a pensare al suo viaggio di lavoro. Era o non era sempre il miglior Sales Manager dell’Agrichem? Non era forse stato davvero bravo a battere ancora l’offerta di quegli idioti di americani e a confermare il contratto di fornitura esclusiva con i maggiori latifondisti produttori di caffè del Minas Gerais? Sarà anche merito suo se qualche azienda italiana manterrà il prezzo dei suoi prodotti di caffeina ridotti di 50 o 70 centesimi d’euro. E sarà anche merito suo se i grandi capi lassù a Milano continueranno ad assumere invece che a chiudere e licenziare come la maggior parte dei loro infimi concorrenti. Non capiva tanto di quella storia della crisi. In fondo io con i numeri e quant’altro non mi ci son mai trovato, pensava. In effetti, a lui interessavano, e neanche troppo, solo quelle cifre di cui aveva bisogno per vendere il nuovissimo tutticida dell’Agrichem. Il vero valore aggiunto era lui, altrochè, lui e le suo doti di affabulatore professionista. E mentre schivava un’auto impazzita ed una vecchietta che trascinava un trolley per la spesa si ricordò di quella gnocca della figlia di Hernando Ignacio Silva e al suo bellissimo culo che gli si strusciava contro mentre ballavano al party organizzato per festeggiare l’accordo di vendita… Quella serata era stato anche un ringraziamento personale di quel grasso latifondista per aver risolto i casini creati da quei rompipalle di contadini senza terra e tipici ambientalisti-difendiamo-la-natura. Grazie ai contatti giusti aveva fatto distribuire le solite mazzette e botte, e tutto s’era risolto. E non era certo il caso di farsi impressionare dai figli deformi che avevano tentato di cacciargli in mano. Conosceva quella gente, sapeva benissimo che spesso maschi e femmine della stessa famiglia scopavano assieme: quei bambini orrendi erano solo frutto dei loro incesti idioti, non colpa dei prodotti da lui venduti e usati dai padroni delle coltivazioni. Cacciati via anche loro. Ed Hernando era stato davvero contento di lui, tanto da mettergli sua figlia nel letto. Quelle si che erano scopate sane! Fantasticando sul corpo della giovane ragazza l’uomo se ne andava per il Vicolo Sugarelli, perpendicolare alla via dove abitava. Ma giunto alla fine del vicolo si risvegliò dai suoi pensieri eroticonomici e fissò il proprio sguardo sulla vetrina all’angolo. Ma qua non c’era una vecchia serranda chiusa ed arrugginita?, si domandò di fronte al vetro lucido. Sull’intera superficie campeggiava la scritta “HISTORIA MAGISTRA VITAE - mostra fotografica”. Oltre la scritta s’intravedeva un ampio spazio scuro, illuminato solo da alcune lampade puntate contro riquadri appesi alle pareti. Sulla sinistra, accanto alla vetrina, una porta aperta dava sulla strada. L’uomo rimase fermo per alcuni istanti accarezzandosi le guance ormai ispide. Che strano, rifletteva lui. Non me l’aspettavo questa. Rimase ancora un po’ a decidere se far vincere la curiosità o la stanchezza. Al diavolo, si disse, son fuori casa da tre settimane, mezz’ora in più non cambia nulla. Ed entrò nel locale a braccetto con la sua curiosità.

Appena entrato notò sulla destra un tavolo illuminato da una lampada da ufficio occupato da un PC dallo schermo antiquato ed ingombrante e dal piano ingombro di fogli e volumi di fotografia segnalati come “In Vendita”. Dietro alla scrivania stava una ragazza d’età imprecisabile - dai 19 ai 30 - grassa, truccata leggermente sugli occhi e con una crocchia appollaiata sul cranio. All’entrata dell’uomo indossò un paio di occhiali dalla montatura leggera con annesso sguardo disinteressato verso il visitatore e subito se li levò biascicando un quasi incomprensibile “Benvenuto”.
L’uomo non si occupò della scortesia della donna e si dedicò alle immagini appese alle pareti. La maggior parte di essere era in bianco e nero, e tutte portavano autore, data e luogo dello scatto. Camminando rasente al muro esaminò tutte le opere della prima stanza. Si accorse infatti, giunto alle spalle della scrivania occupata dalla donna con la crocchia che la mostra continuava in un’altra stanza. Spinto unicamente dalla curiosità, ma sempre meno interessato dai lavori fino ad allora esposti. Camminava sempre rasente al muro, fermandosi ad ogni foto. Sul suo viso rimaneva tuttavia un’espressione di forte disappunto. Arrivò alla settima foto della sala. Autore: anonimo. Anno: 1989. Luogo: Bhopal, India. Su uno sfondo grigio contornato di ciminiere e baracche era rappresentato in primo piano un vecchio dal cranio coperto da un turbante macchiato e dalla pelle olivastra cascante in migliaia di rughe tanto che il volto era simile ad un ciocco di legno colpito infinite volte da un’accetta. Il vecchio teneva in braccio un bimbo dalla testa orribilmente deforme e gonfia, senza vita negli occhi messi quasi a caso sul viso obeso ed innaturale posto sul corpo storto e rachitico come una mela marcia infilzata su uno spillo. Il bimbo teneva in mano, ben visibile, uno strano, assurdo fiore, che l’uomo mai aveva visto prima: era formato da 4 corolle, ognuna delle quali sembrava nascere dall’altra, in una crescita abnorme e rivoltante.

Rimase fermo non so quanto tempo davanti a quella fotografia. Ad un certo punto si voltò, si diresse alla scrivania dove raccolse un depliant della mostra senza che la donna seduta lo degnasse di uno sguardo ed imboccò l’uscita. Fuori dal locale, girò l’angolo e fu in Via dei Banchi Vecchi. Con un’espressione fredda ed indecifrabile sul volto superò il portone di casa sua e si diresse verso il centro della città. Girato un altro angolo, sparì dalla vista.

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