Un rombare quieto e sommesso
che so spandersi per i campi arati
come il fascio di luce dei miei fari.
Un cielo buio, senza luci
che so coperto da una densa coltre
e impregnato di umido afa.
La brezza costante attraverso le mie dita
dilatate e abbandonate al gioco del vento
fuori dall'auto, dal finestrino aperto.
Ondeggio al ritmo delle curve,
e voci profonde accompagnano il tragitto
con storie di uomini, di vite e morti.
Quanto tempo passa?
la meta è certa, la strada sicura
porta dritto a casa.
Senza impegno, abbandonato a me stesso,
ripenso al domani e a ciò che s'aspetta.
Farò, farà. faremo perchè così sia,
perchè così sarà.
Progetti più o meno nitidi e sicuri
baldanzosi sognanti orgogliosi e fruttuosi.
Ma tra loro è strisciante, ingombrante
terribile ed assassina
una sensazione, un'oscurità,
una paura non identificata,
una resa della ragione,
un annodarsi di viscere.
"E' tutto in corsa verso una grande fine.
Tutto quello che t'appartiene,
tutto quello cui appartieni
non è previsto nel nuovo.
Dalla decomposizione della tua casa
e del tuo corpo
nascerà la nuova vita.
tutto crollerà
e tutto sarà rifondato.
Il fine dell'effimero
è di inseminare l'eterno."
E' un'ammissione che ricaccio,
la nego, la dimentico.
Ma come un tumore maligno
s'annida nel fondo della gola,
em'escono strozzati pochi rantoli di paura
dibattuti in una lotta di sogni e lenzuola.
Chi e cosa si cantava,
nel crollo dell'Impero?
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